La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza destinata a far discutere: Malta ha detenuto illegalmente un uomo per 77 giorni in isolamento totale, privandolo della luce naturale e persino esponendolo a pazienti Covid senza alcuna giustificazione medica. Un trattamento shockante che ora costa caro allo Stato.
Secondo i giudici di Strasburgo, le autorità maltesi hanno violato più articoli della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nel trattamento di Joseph Feilazoo, cittadino nigeriano residente a Ħal Safi. La condanna è pesante: Malta dovrà risarcirlo con 25.000 euro per danni morali.
“In particolare, la Corte è rimasta colpita dal fatto che il ricorrente sia stato trattenuto da solo, senza accesso alla luce naturale, per 77 giorni, durante gran parte dei quali non ha potuto neppure svolgere attività fisica”, si legge nella sentenza.
“La Corte è rimasta inoltre profondamente turbata dalle accuse, mai smentite, secondo cui il ricorrente sarebbe stato collocato insieme a persone in quarantena Covid-19 senza che vi fosse alcuna ragione medica per farlo”.
Feilazoo aveva citato in giudizio il governo lamentando uso eccessivo della forza, detenzione illegittima, condizioni di vita degradanti, assenza di indagini e l’ostruzione del suo diritto a rivolgersi alla Corte.
I giudici hanno riscontrato violazioni gravi: dell’Articolo 3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti), dell’Articolo 5 § 1 (diritto alla libertà e sicurezza) e dell’Articolo 34 (diritto a ricorso individuale).
La Corte ha ricordato di aver già sollevato dubbi “sull’adeguatezza del luogo e delle condizioni di detenzione in cui il ricorrente era stato trattenuto”, riferendosi al centro di detenzione di Safi Barracks. Tra le denunce rimaste senza risposta figurano scarsa ventilazione, infestazioni di insetti e servizi igienici guasti.
La vicenda di Feilazoo inizia nel febbraio 2010, quando si dichiarò colpevole per reati legati alla droga. Condannato al carcere e a una multa, non potendo pagare l’ammenda ricevette un’ulteriore pena di 22 mesi. Dichiarò di voler tornare in Spagna, dove aveva vissuto, ma Madrid rifiutò di accoglierlo. Una volta libero, fu portato all’ufficio immigrazione con l’intenzione di rispedirlo in Nigeria.
Secondo gli atti, a un certo punto sarebbe diventato aggressivo: “Si è affermato che il ricorrente avesse aggredito e persino morso alcuni agenti penitenziari; su di lui venne usato spray al peperoncino”, annota la sentenza. Due agenti presentarono denuncia e un’inchiesta fu avviata. Interrogato senza avvocato, Feilazoo fu condannato nuovamente nel 2019.
Durante questa seconda detenzione, l’uomo denunciò di essere stato trasferito fra diversi regimi di sicurezza per limitargli l’accesso al patrocinio legale e che le autorità avessero ostacolato la consultazione dei suoi documenti medici.
Rilasciato nello stesso anno, fu immediatamente rinchiuso nel centro di detenzione per migranti, dove rimase oltre dodici mesi. La Nigeria, tuttavia, si è rifiutata di emettere i documenti necessari, impedendo la sua espulsione.
La Corte ha sottolineato che, sebbene le autorità maltesi avessero giustificato la detenzione con l’obiettivo del rimpatrio, “non sembra che esse abbiano perseguito con sufficiente impegno la questione del passaporto con le autorità nigeriane”. Ha quindi stabilito che l’intero periodo di reclusione non poteva essere legittimato come misura finalizzata al rimpatrio, configurando così una violazione del diritto alla libertà e sicurezza.
Infine, è stata accertata anche la violazione dell’Articolo 34: “le autorità non hanno garantito al ricorrente la possibilità di ottenere copie dei documenti necessari per sostenere la sua richiesta”. Inoltre, “la sua rappresentanza legale è risultata inadeguata, soprattutto per la mancanza di diligenza nella gestione del caso, l’assenza di contatti regolari avvocato-cliente nonostante le richieste della Corte e l’inazione delle autorità nel rimediare alla situazione”.
La decisione è stata presa da una Camera composta da sette giudici, tra cui Lorraine Schembri Orland di Malta.
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