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Malta

Malta organismo anti-corruzione sotto accusa: chiesto lo scioglimento immediato

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Protestanti durante una manifestazione anti-corruzione. Foto d’archivio.

Un organismo anti-corruzione che costa caro ai contribuenti ma non produce risultati: è questa l’accusa esplosiva lanciata da un nuovo rapporto delle organizzazioni per le libertà civili, che scuote dalle fondamenta il sistema di controllo pubblico a Malta.

Secondo il documento, la situazione è talmente grave da richiedere misure drastiche e immediate: sciogliere senza indugio la Permanent Commission Against Corruption (PCAC) e reindirizzare le sue risorse verso enti realmente efficaci, come l’ufficio dell’Attorney General e i tribunali. Una richiesta che suona come una condanna senza appello.

“Inspiegabilmente, la PCAC continua a esistere a spese dei contribuenti maltesi, senza alcuna prova di efficacia”, si legge nel rapporto.

“Il ruolo della PCAC dovrebbe essere quello di ricevere, investigare e valutare le accuse di corruzione che coinvolgono funzionari pubblici, e, qualora emergano elementi che suggeriscono un reato penale, trasmettere il fascicolo all’Attorney General, che decide se procedere con l’azione penale”.

Già a febbraio, Times of Malta aveva rivelato come alla commissione vengano presentate accuse prive delle prove necessarie per poter procedere.

“Sarebbe meglio se le persone fossero consapevoli che le prove davanti ai tribunali penali devono superare il ragionevole dubbio”, aveva dichiarato la commissione.

Un rapporto del 2019 di Greco, organismo europeo anti-corruzione, aveva già evidenziato come, dopo 30 anni di attività, la commissione non fosse riuscita a produrre risultati concreti, definendo il suo contributo alla lotta contro la corruzione a Malta come “trascurabile”.

Arretramento dello stato di diritto

Il rapporto, redatto dal gruppo per le libertà civili Aditus e dalla Daphne Caruana Galizia foundation, mette in luce anche un’altra inquietante realtà: le proposte per criminalizzare l’abuso d’ufficio da parte di funzionari pubblici, presentate al Primo Ministro Robert Abela nel 2021, sono rimaste lettera morta.

Tali proposte erano state avanzate dopo l’assassinio della giornalista Daphne Caruana Galizia nel 2017.

Lo scorso anno, si legge nel rapporto, lo Standards Commissioner Joseph Azzopardi ha affermato categoricamente che l’abuso d’ufficio da parte dei ministri dovrebbe costituire un reato penale. Eppure, ad oggi, una legge in tal senso non esiste.

L’inchiesta pubblica aveva inoltre raccomandato l’introduzione di una normativa che criminalizzi l’ostruzione della giustizia da parte di funzionari governativi, oltre all’introduzione degli unexplained wealth orders.

Entrambe le misure restano, ancora oggi, completamente disattese.

Il rapporto denuncia anche l’assenza di efficaci strumenti di integrità per politici di alto livello e funzionari pubblici, inclusi regolamenti su conflitti di interesse e il fenomeno delle “porte girevoli”.

Secondo il documento, persone direttamente coinvolte in casi di corruzione ad alto livello continuano a essere impiegate o reimpiegate in vari ruoli governativi, alimentando un circolo vizioso difficile da spezzare.

Il risultato? Un sistema in cui la corruzione prospera a ogni livello dell’amministrazione pubblica, favorita da conflitti di interesse non controllati, nepotismo e continui passaggi tra incarichi pubblici e privati.

Tina Urso, COO della Daphne Caruana Galizia foundation, ha lanciato un allarme netto sulle conseguenze di questo progressivo indebolimento dello stato di diritto a Malta.

“Il paese affronta ritardi ingiustificati nei tribunali, difficoltà per i media nel lavorare efficacemente, e alti livelli di corruzione e clientelismo.”

“I fallimenti sistemici documentati dall’inchiesta pubblica sull’assassinio di Daphne Caruana Galizia non sono stati ancora affrontati. Nessun giornalista a Malta è davvero protetto finché le raccomandazioni non saranno attuate.”

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