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Malta

Siracusa il disastro del 1625 riemerge dalle antiche mappe di Capo Murro di Porco

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Antiche mappe di Capo Murro di Porco, nei pressi di Siracusa, teatro del disastro navale del 1625

L’idea che lo Stato dovesse essere “debitore” di servizi sociali verso i propri sudditi ha dovuto attendere secoli – e due rivoluzioni epocali, quella industriale e quella comunista – prima di trasformarsi da sogno visionario di pochi illuminati in quella rete di diritti e leggi che oggi diamo per scontata.

Ma ciò non significa affatto che, fino alla metà dell’Ottocento, gli Stati fossero privi di una coscienza sociale. Tutt’altro. Molti sovrani, chi più chi meno, si impegnarono con generosità nell’aiutare i più sfortunati, coloro che cadevano ai margini della società, i deboli e i vulnerabili. La differenza fondamentale? Allora lo Stato agiva per carità cristiana, per misericordia e compassione, non perché obbligato da leggi o codici, come invece avviene oggi, quando nessuno dubita del diritto di ogni individuo a essere sostenuto dalla comunità.

In questo senso, la Malta dei Cavalieri Ospitalieri visse un periodo di autentico splendore della solidarietà sociale – una solidarietà fondata non sui diritti, ma sui doveri cristiani dei governanti compassionevoli e caritatevoli. Ho già scritto su queste pagine dei privilegiati “servizi sociali” della Malta degli Ospitalieri (1530-1798) e delle strutture materiali nate per sostenere queste primitive forme di assistenza ispirate alla carità: alloggi, sanità, educazione, riscatto degli schiavi, aiuto ai bisognosi, sostegno per trovatelli, orfani e bambini abbandonati, alimenti sovvenzionati, doti per le ragazze da marito, aiuti per le prostitute pentite o indigenti, e molto altro (“Valletta dei Cavalieri – L’emblema della solidarietà sociale”, 6 marzo 2022).

Ritratto del Gran Maestro Jean Paul Lascaris

Oggi voglio raccontare questa spinta irresistibile all’aiuto dei bisognosi attraverso alcuni episodi emblematici, risalenti a quasi 400 anni fa – precisamente al luglio del 1625 – durante il governo del Gran Maestro Antoine de Paule.

La piccola ma formidabile flotta dell’Ordine godeva in tutta Europa di una reputazione di invincibilità, conquistata nelle continue battaglie navali contro le forze ottomane. Ma la fortuna la abbandonò proprio nel 1625, durante un tragico scontro presso Capo Murro di Porco, a sud di Siracusa. Lo scontro si concluse in un disastroso naufragio: galere perdute, innumerevoli cavalieri e marinai uccisi, mutilati o catturati dal nemico.

La priorità dell’Ordine fu allora quella di salvare la propria reputazione presso gli altri sovrani cristiani, ricostruire la flotta decimata e riconquistare il suo più grande tesoro: il prestigio militare. Tuttavia, queste urgenti preoccupazioni materiali e politiche non spensero la coscienza sociale dell’Ordine.

I documenti raccontano che, nel luglio 1625, i Cavalieri mostrarono la loro consueta sollecitudine per le 212 famiglie sventurate i cui padri, fratelli o parenti erano morti o finiti prigionieri, decretando che venissero tutte mantenute a spese pubbliche – un impegno rinnovato per tre anni consecutivi.

Nel 1645, il Gran Maestro Lascaris e il Consiglio, mossi da profonda compassione per i poveri e i diseredati, disposero un’ampia distribuzione di elemosine e nominarono responsabili specifici per sorvegliare l’attuazione della misura a Valletta, Vittoriosa e Senglea. Poiché molti sobborghi poveri non disponevano di ospedali o non potevano permettersi le cure, il Consiglio si fece carico di pagare i medicinali, le terapie e “quanto necessario per il modesto sostentamento dei malati durante la loro infermità”.

L’Infermeria dell’Ordine di Malta, dagli Statuti di Verdalle

Nel 1648, la fame minacciò Malta dopo un clima estremo e un raccolto fallito. La Sicilia, che avrebbe dovuto fornire grano e viveri senza dazi, rifiutò di adempiere ai suoi obblighi, affermando di essere a sua volta devastata dalla carestia. “La scarsità di cibo raggiunse limiti estremi nella nostra isola (Malta), dove si rese necessario placare le calamità del popolo. Né il Palazzo del Gran Maestro né le auberges avevano più pane, nemmeno d’orzo. L’ospedale principale (la Sacra Infermeria) era rimasto senza pane per i malati. I Gran Crociati dell’Ordine andavano di porta in porta, chiedendo pane per i degenti dell’Infermeria.”

Questi episodi di generosità collettiva non furono casi isolati. Anche le misure minori rivelano la stessa straordinaria sensibilità. Nel 1652, il Consiglio ricompensò una vecchia zitella e una serva che avevano accudito fino alla fine il geriatra Commendatore Fra Ludovico Casciano, assicurando che i suoi beni non andassero dispersi ma tornassero all’Ordine.

Poco dopo, i Cavalieri decisero un’elemosina per 150 schiavi cristiani liberati dopo una battaglia navale contro il corsaro Carapatachi: li nutrirono, li vestirono e donarono loro due scudi d’argento ciascuno per permettere il ritorno nei loro paesi.

I Cavalieri di Malta che assistono gli infermi, Concattedrale di San Giovanni

Nello stesso anno, il Consiglio stanziò un sussidio per una povera famiglia musulmana orientale arrivata a Malta sulle galere dell’Ordine per convertirsi al cristianesimo, “avendo abbandonato ogni agio e sofferto molte disgrazie”.

L’anno successivo, gli anziani del Consiglio decisero di spendere il denaro destinato al tradizionale banchetto della festa di San Giovanni in doti per due ragazze povere. Nello stesso slancio di carità, nominarono quattro cappellani conventuali per raccogliere fondi da distribuire ai poveri vergognosi – coloro troppo orgogliosi per chiedere l’elemosina – raccomandando di verificare che fossero davvero indigenti e incapaci di lavorare, “per evitare abusi e disordini”.

Non mancava lo scetticismo: le istruzioni mostrano chiaramente il dubbio che alcuni mendicanti non fossero del tutto incapaci di guadagnarsi da vivere.

Lo stesso spirito spinse il Consiglio a destinare 40 scudi dalla fondazione di Fra Raymond de Very (istituita nel 1591 per finanziare artiglieria) come dote per una zitella – non proprio una distrazione di fondi, poiché lo statuto consentiva l’uso dei proventi anche per “altre buone cause”.

Nel 1655, quando il timore di un’epidemia contagiosa paralizzò i commerci e fece temere una nuova carestia, il Gran Maestro intervenne di nuovo. I più colpiti furono i lavoratori. Il Consiglio si riunì e approvò misure straordinarie di soccorso, affidandone la realizzazione a vari cavalieri e anche a Don Matteo Abela, parroco di Vittoriosa, e al Magnifico Fabritio Testaferrata.

Ritratto del Gran Maestro Antoine de Paule

Poco dopo, il Consiglio si fece carico di tutte le spese di Baldassare, un uomo in istruzione per il battesimo. La sua storia è affascinante: tra gli schiavi aristocratici catturati dall’Ordine figurava Mehmet bin Thesi, figlio del re del Marocco. Dichiarò di voler abbracciare la fede cristiana e fu battezzato nella chiesa dei Gesuiti, con Fra Diego de Melo Pereira e Fra Baldassar Demandolx, entrambi ex generali delle galere, come padrini. Lo ribattezzarono Baldassar Diego.

Nel 1656, la marina dell’Ordine ottenne una vittoria straordinaria, liberando numerosi schiavi cristiani – in gran parte russi – dalle navi ottomane sconfitte. “Mostrando la sua abituale carità”, l’Ordine li vestì, li nutrì, li ospitò e diede loro denaro per il viaggio. Pagò perfino navi apposite per trasportarli fino a Trieste, da dove poter raggiungere più facilmente le loro patrie.

Che cosa accomuna tutte queste vicende? Erano atti di misericordia compiuti da chi non aveva alcun obbligo legale verso persone che non avevano alcun diritto sancito. Certo, chiunque preferirebbe avere diritti piuttosto che dipendere dalla carità. Ma, se posso dirlo, sulla scala delle virtù, l’etica ospedaliera dei Cavalieri di Malta merita un posto più alto del semplice diritto acquisito.

Questo articolo ripercorre i regni dei Gran Maestri Antoine de Paule (1623-1636) e Jean Paul Lascaris (1636-1657). In futuro, potrei raccontare altri episodi curiosi di filantropia sociale dell’Ordine.

Ringraziamenti
Un sentito grazie a Jeremy Debono per l’assistenza dalla Biblioteca Nazionale e a Theresa Vella.

Foto: [Archivio Times of Malta]

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