Le pratiche dell’industria edilizia maltese sono un vero e proprio campanello d’allarme: la stragrande maggioranza dei periti – architetti e ingegneri civili – le considera insostenibili. Un’inchiesta dell’Università di Malta, condotta nel 2023, ha svelato un quadro inquietante che non lascia spazio a dubbi.
Su 102 professionisti interpellati, ben 87 hanno dichiarato che l’industria nel suo complesso è ambientalmente insostenibile, mentre 84 hanno parlato di insostenibilità sociale. E non finisce qui: 54 hanno sottolineato che anche dal punto di vista economico il settore non regge. Il verdetto finale dello studio è stato chiaro: “tutti i risultati mostrano un alto grado di percepita insostenibilità”.
Questa ricerca è stata condotta da James Gabarretta, sotto la supervisione del Professor Mark C. Mifsud, come parte di una dissertazione presentata al Centre for Environmental Education and Research (CEER) dell’Università di Malta. Il lavoro, intitolato “Perceptions of periti on sustainable construction and development in Malta”, è stato redatto nell’ambito di un Master in Education for Sustainable Development.
Sebbene la dissertazione non entri nel dettaglio delle pratiche edilizie più dannose, mette in evidenza problemi macroscopici come “politiche di pianificazione territoriale obsolete” e una cronica mancanza di controlli.
Il nodo dei costi: servono incentivi finanziari
Il sondaggio ha rivelato che, se da un lato il 65% dei periti ritiene la costruzione sostenibile fondamentale, dall’altro il 70% ammette che la decisione finale spetta al cliente. E qui sta il punto dolente: quasi tre quarti degli intervistati confessano di trovare difficile o molto difficile convincere i clienti ad adottare pratiche sostenibili. La ragione principale? Il disinteresse dei committenti, citato dal 23,5% dei professionisti.
Secondo lo studio, i clienti appaiono riluttanti soprattutto per via dei costi iniziali più elevati dei progetti sostenibili. Eppure i periti sono convinti: incentivi economici mirati potrebbero ribaltare la situazione. Lo dimostrano esempi già consolidati come i contributi per pannelli solari, doppi vetri e la tutela del patrimonio architettonico. Non a caso, proprio quest’anno il governo ha annunciato il nuovo schema di sussidi “Ixtri Proprjetà Sostenibbli” per chi acquista immobili residenziali conformi agli standard ambientali.
Educare i costruttori: una sfida urgente
Il secondo motivo più citato per la scarsa diffusione di progetti sostenibili è la mancanza di conoscenze da parte della popolazione e soprattutto dei costruttori (20,9%). I periti concordano sul fatto che la formazione è necessaria per tutti, ma puntano il dito soprattutto sugli sviluppatori: sono loro a fare la differenza.
Gli stessi professionisti ammettono però un vuoto formativo anche nella propria preparazione: il 60% afferma che i corsi universitari obbligatori non li preparano adeguatamente alle sfide della sostenibilità reale. Ancora più allarmante, il 60% dichiara di non aver mai seguito alcun corso specifico sulla costruzione sostenibile.
Governo e privati accusati di inerzia
Il malcontento emerge anche sul fronte istituzionale. Secondo i risultati, “i periti pensano generalmente che governo e settore privato non stiano facendo abbastanza per promuovere la costruzione sostenibile”.
Un esempio lampante è l’Energy Performance Certification (EPC), che valuta l’efficienza energetica degli edifici: il 58% degli intervistati lo giudica irrilevante per il reale avanzamento della sostenibilità.
La ricerca insiste sulla necessità di nuovi codici edilizi, richiesti anche dall’inchiesta pubblica sul caso Jean Paul Sofia. Una richiesta che sembra aver smosso qualcosa: a inizio anno il governo ha annunciato l’introduzione di 17 nuovi codici nell’arco di tre anni.
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