In questi giorni, accanto a tantissimi manifestanti pacifici che chiedevano investimenti seri e duraturi nella scuola, altri adolescenti e giovanissimi hanno preso parte a momenti di una violenza che ci lascia annichiliti e che è legata a quella di altre città del mondo.
La violenza non può essere giustificata in alcun modo e va respinta con fermezza. Una classe dirigente, però, deve interrogarsi sulle sue origini: a partire dalla violenza verbale usata quasi ogni giorno in politica contro gli avversari, da quella delle guerre, delle disuguaglianze e di un lavoro che condanna molti a precarietà, sfruttamento e, troppo spesso, ancora a morire. Un mondo di ingiustizie in cui una cultura dello scarto ha alimentato frustrazione, rabbia, odio. Serve la fatica, condivisa, di indagarne le radici.
In questi quattro anni abbiamo parlato spesso di emergenza educativa, chiedendo alla maggioranza un piano comune per la scuola. Servivano e servono azioni concrete, non la propaganda di decreti sbagliati, concentrati sulla ricerca del nemico e su un’identità passata, per rispondere a bisogni come edifici bollenti d’estate e gelidi d’inverno, costi di libri e trasporti, un diffuso senso di abbandono.
Come è possibile che un appello su TikTok basti a portare in piazza centinaia di adolescenti? Che cosa spinge un tredicenne a sfondare una vetrina e a filmarsi mentre lo fa, come se non avesse nulla da perdere? Alcuni hanno risposto con una franchezza che gela: è l’unico modo per farsi sentire. Altri hanno detto che prima di quel sabato nessuno parlava di loro. In quelle parole c’è la misura della distanza tra le istituzioni e una parte crescente di questa generazione.
È la domanda di senso che dobbiamo farci, mettendoci in discussione. Perché la violenza si bandisce con l’esempio e la responsabilità si insegna con la responsabilità. Come adulti dobbiamo rifiutare un modello che dimentica il valore della persona e divinizza successo, denaro, oggetti, e mettere al primo posto istruzione, sanità, lavoro.
Sarebbe sbagliato e comodo ridurre tutto a un’etichetta. Il disagio esploso in piazza non ha un passaporto: riguarda i ragazzi delle periferie e della provincia, chi ha lasciato la scuola e chi ci resta senza crederci più, chi vive in una casa troppo piccola o in una famiglia che non ha tempo per ascoltarlo. Il tratto comune è la marginalità: sentirsi esclusi da un futuro riservato ad altri.
Le avvisaglie c’erano da anni. La dispersione si concentra dove le famiglie sono più fragili, il disagio psicologico degli adolescenti è cresciuto dopo la pandemia e le disuguaglianze si sono allargate proprio nelle città più ricche. Per un ragazzo senza mezzi non esistono quasi più luoghi gratuiti dove stare insieme: restano la strada, il centro commerciale, lo schermo. E il gruppo rende possibile ciò che nessuno farebbe da solo.
È un’inquietudine che attraversa un’intera generazione europea. L’ordine pubblico va garantito, senza incertezze. Ma nessuna norma riporterà in classe chi l’ha lasciata, né restituirà a un ragazzo la fiducia di poter costruire qualcosa. Ascoltare non significa assolvere. Significa tornare nei quartieri con gli educatori, aprire le scuole il pomeriggio, rimettere in sesto palestre e laboratori, investire nel sostegno psicologico. Fare vera integrazione accanto a scuola e famiglie, senza la scorciatoia di tetti e percentuali. È un lavoro lento, che non porta consenso immediato, ma è l’unico che può dare a questi ragazzi una ragione per non tornare in piazza: restituendogli orizzonti e futuro.
Come forze politiche abbiamo la responsabilità di non ridurre tutto all’ennesimo scontro politico. Dobbiamo dire ai ragazzi che, per noi, non sono invisibili e che siamo pronti ad ascoltarli per cambiare il mondo insieme.
Fonte: https://partitodemocratico.it/manzi-la-violenza-si-bandisce-con-lesempio-la-responsabilita-si-insegna-praticandola/