Il neoeletto primo ministro britannico Andy Burnham.
Come recita il proverbio inglese, “Se non riesci la prima volta, prova, prova ancora”. Nel caso del nuovo leader del Labour Party britannico, Andy Burnham, la terza è stata quella giusta nel cammino verso il 10 di Downing Street. Dopo i tentativi falliti di conquistare la leadership nel 2010 e nel 2015, aveva lasciato Westminster per diventare sindaco della Greater Manchester, dove si è costruito una solida reputazione guadagnandosi il soprannome di “King of the North”.
La sua ascesa alla guida del Labour Party e, successivamente, alla carica di primo ministro segna la nomina del settimo premier britannico nell’arco di un decennio.
Burnham succede a Sir Keir Starmer, che aveva condotto i laburisti a una schiacciante vittoria alle elezioni generali del 2024 ma è stato rimosso dalla leadership appena due anni dopo, in seguito a una serie di manovre politiche orchestrate proprio da Burnham.
In ultima analisi, Starmer ha giocato un ruolo significativo nella propria caduta. La deludente performance del Labour alle elezioni comunali del 1° maggio ha messo in luce un crescente malcontento all’interno del partito e tra gli elettori. Le elezioni sono state ulteriormente offuscate dalla polemica sulla decisione di Starmer di nominare Peter Mandelson ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, una scelta che molti critici hanno giudicato un grave errore politico.
Burnham eredita anche un’economia alle prese con sfide considerevoli. Benché l’inflazione sia scesa dai picchi registrati all’inizio del decennio, la crescita economica resta fiacca e la fiducia delle imprese fragile.
I conti pubblici sono sotto pressione, con richieste di maggiori spese per il NHS e l’assistenza sociale (soprattutto in vista dell’invecchiamento della popolazione), la difesa (soprattutto alla luce delle critiche del presidente Trump alla NATO) e le infrastrutture, tutte in competizione con la necessità di disciplina fiscale. Al tempo stesso, molte famiglie continuano a subire gli effetti di una prolungata stretta sul costo della vita, con i salari che recuperano solo gradualmente il potere d’acquisto perduto.
Oltre alle statistiche economiche, aleggia un più ampio senso di incertezza. La crescita della produttività è rimasta debole, i livelli di investimento faticano a tenere il passo con quelli di molti competitor internazionali, e le disuguaglianze regionali continuano a rappresentare una sfida politica ed economica significativa. Burnham ha da tempo sostenuto la necessità di una maggiore devolution e di investimenti nel nord dell’Inghilterra, ma ora si trova davanti al compito ben più arduo di tradurre il successo regionale in una strategia nazionale coerente.
Anche la Brexit resta un fattore irrisolto che plasma il panorama economico e politico britannico. Se i dibattiti divisivi che avevano dominato la vita pubblica negli anni immediatamente successivi al referendum del 2016 si sono in gran parte attenuati, le conseguenze di lungo periodo dell’uscita dall’UE continuano a influenzare il commercio, gli investimenti e le relazioni internazionali del Regno Unito.
L’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno è un altro prolungato periodo di intrighi politici e guerre interne al partito, mentre urgenti questioni economiche e sociali restano irrisolte
Purtroppo, le imprese britanniche devono ancora affrontare oneri amministrativi e regolamentari aggiuntivi quando commerciano con l’UE, il principale mercato di esportazione del Regno Unito, mentre persistono interrogativi sulla carenza di manodopera in alcuni settori e sulla capacità del Paese di attrarre investimenti esteri.
Burnham ha in passato sostenuto la necessità di un rapporto più pragmatico con l’Europa, ma dovrà bilanciare gli sforzi per rafforzare i legami economici con l’UE con la realtà politica per cui riaprire le vecchie battaglie sulla Brexit potrebbe rivelarsi profondamente impopolare presso molti elettori. Percorrere questo delicato sentiero sarà un test cruciale della sua capacità di unire un Paese che, per certi versi, resta ancora diviso dall’eredità della Brexit.
Forse la prova più grande che attende il nuovo primo ministro è, tuttavia, il ripristino della stabilità politica. Il Regno Unito ha conosciuto negli ultimi anni un turnover straordinario di leader, creando l’impressione di un’instabilità costante al cuore del governo. Imprese, investitori e opinione pubblica bramano prevedibilità e una direzione chiara. L’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno è un altro prolungato periodo di intrighi politici e guerre interne al partito, mentre urgenti questioni economiche e sociali restano irrisolte.
I critici di Burnham si affrettano a sottolineare che, pur occupando ora Downing Street, lo fa senza il sostegno di un voto popolare nazionale. A differenza di un primo ministro eletto subito dopo una campagna elettorale, il suo mandato deriva dal sistema parlamentare e da una competizione interna al partito, piuttosto che da un appello diretto all’elettorato. Pur essendo costituzionalmente legittima, questa realtà è destinata ad alimentare la richiesta che Burnham dimostri rapidamente di poter godere non solo della fiducia del suo partito e del parlamento, ma anche di quella più ampia dei cittadini britannici.
Se la leadership di Burnham segni l’inizio di un rinnovamento politico o semplicemente un altro capitolo del recente ciclo di instabilità britannico, resta da vedere. Ciò che è certo è che le aspettative su di lui sono enormi. Avendo raggiunto la più alta carica al terzo tentativo, deve ora dimostrare che la sua reputazione di “King of the North” possa tradursi in una guida nazionale efficace in un momento in cui il Paese può permettersi meno che mai un fallimento.
Ivan Grixti è senior lecturer in contabilità finanziaria presso l’Università di Malta.
Immagine generata con AI – Gazzetta di Malta