Malta

Simon once cycled to help kidney patients. Now his son is cycling for him

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Quando Simon Camilleri ha affrontato in sella alla sua bici l’estenuante tragitto dalla Turchia alla Siria per sostenere la Life Cycle Foundation, mai avrebbe immaginato che, quindici anni dopo, sarebbe stato lui stesso ad aver bisogno di quell’aiuto.

Oggi, quel combattente delle due ruote è diventato un paziente del Renal Unit del Mater Dei Hospital, costretto alla dialisi per filtrare e purificare il sangue: un destino amaro per chi, un tempo, pedalava per salvare gli altri.

Ma il testimone è stato raccolto con orgoglio: suo figlio William, oggi cardiologo interventista, si prepara a sfidare il deserto in una nuova avventura ciclistica da 200 km al giorno, pedalando da Amman fino a Jeddah, per dieci giorni consecutivi, nel cuore del Medio Oriente.

Una vera prova di resistenza fisica e mentale, motivata proprio dalla diagnosi del padre: una nefropatia diabetica che lo ha trascinato in una lotta quotidiana contro l’insufficienza renale cronica.

“È proprio questa la ragione per cui ho deciso di affrontare questa sfida”, ha dichiarato William, pronto a vivere la sua prima spedizione con la Life Cycle Foundation.

E pensare che inizialmente non era nemmeno nei suoi programmi, fino a quando non ha ricevuto una chiamata inaspettata da un caro amico che gli ha raccontato della causa.

“Dopo venti minuti ho detto di sì: era una decisione ovvia”, ha confessato. “Come medico, so quanto questa condizione sia dura. Le richieste di dialisi sono tantissime, e non ci sono mai abbastanza posti disponibili”.

“Il mio eroe per sempre”

Simon Camilleri, oggi 61enne, affronta la sua nuova “gara” con lo stesso spirito indomabile di un tempo.

“Vivo il mio trattamento come fosse un nuovo Life Cycle: ogni giorno è un giro, ogni giorno una piccola vittoria. La tenacia è tutto”, racconta l’uomo che nella vita ha scalato il Kilimangiaro, corso cinque Rolex Middle Sea Races e guidato un’organizzazione con oltre 500 persone nel mondo.

William ammette che l’adattamento non è stato facile: “Dovreste conoscere lo stile di vita di mio padre per capire quanto questo cambiamento sia stato drastico. Inizialmente l’ha presa malissimo, ma chi non lo farebbe?”

Eppure, nonostante tutto, Simon ha reagito “in maniera straordinaria”, tagliando drasticamente i viaggi di lavoro e trascorrendo più tempo con la famiglia. “È una vera ispirazione per me, il mio modello di vita per sempre”, ha detto il figlio.

Pur non potendo più partecipare personalmente alla sfida, Simon sprona ogni giorno il figlio a dare il massimo e a non arrendersi.

“Parliamo tanto della mia esperienza con il Life Cycle e degli errori che ho commesso. Gli ho detto solo una cosa: ‘Non smettere mai di pedalare!’”

Ma il consiglio più prezioso è un altro: “Non vedere questa missione come una montagna da scalare. Dividila in piccoli traguardi e goditi ogni tappa”, racconta William.

Verso la prossima salita

William ricorda con affetto le lunghe pedalate fatte da bambino insieme al padre tra le salite di Mellieħa, sempre cercando di stargli dietro. Oggi, i ruoli si sono invertiti.

Si allena alle cinque del mattino, quattro volte a settimana con due ore di ciclismo indoor e una sessione di potenziamento muscolare. La domenica è dedicata al lungo: tra gli 80 e i 120 km, circa cinque ore in sella.

La sfida di quest’anno, chiamata “Rose to Red”, prevede un viaggio epico dalla città rosa di Petra fino alla costa del Mar Rosso a Jeddah. Venti ciclisti – tra cui sette medici – sfideranno il caldo e la fatica attraversando più Paesi.

“Sarà un’avventura memorabile con i miei amici. Siamo un bel gruppo, torneremo con storie incredibili”, promette William.

La sua unica preoccupazione? La vicinanza della Giordania ai conflitti in corso in Medio Oriente.

Più di una raccolta fondi

Oltre a curare i pazienti con problemi cardiaci, William oggi si impegna anche sul fronte della raccolta fondi per aiutare coloro che, come suo padre, devono affrontare la dura realtà della dialisi.

“Chi fa dialisi ha bisogno anche di supporto morale. Tre sessioni a settimana sono un impegno che può sembrare insormontabile”, spiega.

Dalla sua fondazione nel 1999, Life Cycle ha raccolto quasi 4 milioni di euro per i pazienti renali, che necessitano di cure costanti, trattamenti intensivi e continua ricerca scientifica.

Citando il fondatore di Life Cycle, Alan Curry, Camilleri ha spiegato che le attrezzature acquistate hanno fatto la differenza, ma la situazione resta “un pozzo senza fondo”, con bisogni costanti: dai materiali quotidiani alle macchine, fino alle poltrone per la dialisi.

Malta conta 364 pazienti in dialisi, ciascuno dei quali trascorre circa 12 ore a settimana attaccato a una macchina, con un costo settimanale di circa 1.000 euro. Una persona su dieci a Malta è affetta da qualche forma di malattia renale.

Come medico, William è convinto dell’importanza di iniziative benefiche come questa: “Aiutano gli ospedali e lo Stato a gestire le malattie nel modo migliore”.

Il budget della sanità nazionale non è illimitato, sottolinea. E fondazioni come Life Cycle colmano le lacune causate dai limiti economici.

“Anche nel reparto di cardiologia abbiamo le nostre fondazioni, che hanno permesso di finanziare attrezzature essenziali per curare i pazienti con problemi al cuore. Non li ringrazieremo mai abbastanza, e speriamo che possano continuare ancora a lungo, perché i pazienti ne hanno davvero bisogno”.

Foto: Family photo

Quando Simon Camilleri ha affrontato in sella alla sua bici l’estenuante tragitto dalla Turchia alla Siria per sostenere la Life Cycle Foundation, mai avrebbe immaginato che, quindici anni dopo, sarebbe stato lui stesso ad aver bisogno di quell’aiuto.

Oggi, quel combattente delle due ruote è diventato un paziente del Renal Unit del Mater Dei Hospital, costretto alla dialisi per filtrare e purificare il sangue: un destino amaro per chi, un tempo, pedalava per salvare gli altri.

Ma il testimone è stato raccolto con orgoglio: suo figlio William, oggi cardiologo interventista, si prepara a sfidare il deserto in una nuova avventura ciclistica da 200 km al giorno, pedalando da Amman fino a Jeddah, per dieci giorni consecutivi, nel cuore del Medio Oriente.

Una vera prova di resistenza fisica e mentale, motivata proprio dalla diagnosi del padre: una nefropatia diabetica che lo ha trascinato in una lotta quotidiana contro l’insufficienza renale cronica.

“È proprio questa la ragione per cui ho deciso di affrontare questa sfida”, ha dichiarato William, pronto a vivere la sua prima spedizione con la Life Cycle Foundation.

E pensare che inizialmente non era nemmeno nei suoi programmi, fino a quando non ha ricevuto una chiamata inaspettata da un caro amico che gli ha raccontato della causa.

“Dopo venti minuti ho detto di sì: era una decisione ovvia”, ha confessato. “Come medico, so quanto questa condizione sia dura. Le richieste di dialisi sono tantissime, e non ci sono mai abbastanza posti disponibili”.

“Il mio eroe per sempre”

Simon Camilleri, oggi 61enne, affronta la sua nuova “gara” con lo stesso spirito indomabile di un tempo.

“Vivo il mio trattamento come fosse un nuovo Life Cycle: ogni giorno è un giro, ogni giorno una piccola vittoria. La tenacia è tutto”, racconta l’uomo che nella vita ha scalato il Kilimangiaro, corso cinque Rolex Middle Sea Races e guidato un’organizzazione con oltre 500 persone nel mondo.

William ammette che l’adattamento non è stato facile: “Dovreste conoscere lo stile di vita di mio padre per capire quanto questo cambiamento sia stato drastico. Inizialmente l’ha presa malissimo, ma chi non lo farebbe?”

Eppure, nonostante tutto, Simon ha reagito “in maniera straordinaria”, tagliando drasticamente i viaggi di lavoro e trascorrendo più tempo con la famiglia. “È una vera ispirazione per me, il mio modello di vita per sempre”, ha detto il figlio.

Pur non potendo più partecipare personalmente alla sfida, Simon sprona ogni giorno il figlio a dare il massimo e a non arrendersi.

“Parliamo tanto della mia esperienza con il Life Cycle e degli errori che ho commesso. Gli ho detto solo una cosa: ‘Non smettere mai di pedalare!’”

Ma il consiglio più prezioso è un altro: “Non vedere questa missione come una montagna da scalare. Dividila in piccoli traguardi e goditi ogni tappa”, racconta William.

Verso la prossima salita

William ricorda con affetto le lunghe pedalate fatte da bambino insieme al padre tra le salite di Mellieħa, sempre cercando di stargli dietro. Oggi, i ruoli si sono invertiti.

Si allena alle cinque del mattino, quattro volte a settimana con due ore di ciclismo indoor e una sessione di potenziamento muscolare. La domenica è dedicata al lungo: tra gli 80 e i 120 km, circa cinque ore in sella.

La sfida di quest’anno, chiamata “Rose to Red”, prevede un viaggio epico dalla città rosa di Petra fino alla costa del Mar Rosso a Jeddah. Venti ciclisti – tra cui sette medici – sfideranno il caldo e la fatica attraversando più Paesi.

“Sarà un’avventura memorabile con i miei amici. Siamo un bel gruppo, torneremo con storie incredibili”, promette William.

La sua unica preoccupazione? La vicinanza della Giordania ai conflitti in corso in Medio Oriente.

Più di una raccolta fondi

Oltre a curare i pazienti con problemi cardiaci, William oggi si impegna anche sul fronte della raccolta fondi per aiutare coloro che, come suo padre, devono affrontare la dura realtà della dialisi.

“Chi fa dialisi ha bisogno anche di supporto morale. Tre sessioni a settimana sono un impegno che può sembrare insormontabile”, spiega.

Dalla sua fondazione nel 1999, Life Cycle ha raccolto quasi 4 milioni di euro per i pazienti renali, che necessitano di cure costanti, trattamenti intensivi e continua ricerca scientifica.

Citando il fondatore di Life Cycle, Alan Curry, Camilleri ha spiegato che le attrezzature acquistate hanno fatto la differenza, ma la situazione resta “un pozzo senza fondo”, con bisogni costanti: dai materiali quotidiani alle macchine, fino alle poltrone per la dialisi.

Malta conta 364 pazienti in dialisi, ciascuno dei quali trascorre circa 12 ore a settimana attaccato a una macchina, con un costo settimanale di circa 1.000 euro. Una persona su dieci a Malta è affetta da qualche forma di malattia renale.

Come medico, William è convinto dell’importanza di iniziative benefiche come questa: “Aiutano gli ospedali e lo Stato a gestire le malattie nel modo migliore”.

Il budget della sanità nazionale non è illimitato, sottolinea. E fondazioni come Life Cycle colmano le lacune causate dai limiti economici.

“Anche nel reparto di cardiologia abbiamo le nostre fondazioni, che hanno permesso di finanziare attrezzature essenziali per curare i pazienti con problemi al cuore. Non li ringrazieremo mai abbastanza, e speriamo che possano continuare ancora a lungo, perché i pazienti ne hanno davvero bisogno”.

Foto: Family photo

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