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Malta madre assolta in appello dopo anni di battaglie familiari

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Foto d’archivio: Times of Malta

Una donna è stata risparmiata da una settimana di detenzione dopo essere stata assolta in appello dall’accusa di aver negato al padre l’accesso al loro figlio.

La donna era stata in precedenza dichiarata colpevole dal Tribunale dei Magistrati per non aver concesso al padre di vedere il loro figlio minore nei giorni 3 e 7 agosto 2018. Ma in un clamoroso ribaltamento, la Corte d’Appello Penale ha annullato la sentenza e l’ha assolta da ogni accusa.

Durante il processo d’appello, è emerso che la donna non si era mai opposta all’accesso del padre, ma aveva incontrato serie difficoltà logistiche nel raggiungere, in tempo, i luoghi indicati per le visite.

Dagli atti risulta che l’assistente sociale incaricato avrebbe scelto il luogo degli incontri in base alle preferenze del padre, ma l’ordinanza del tribunale che regolava le visite non specificava affatto dove queste dovessero avvenire.

Il tribunale di primo grado aveva ritenuto la donna non credibile, sostenendo che avesse fornito versioni discordanti: alla polizia aveva dichiarato che l’appuntamento era stato cancellato dall’assistente sociale di Appoġġ, mentre in aula aveva spiegato che le località scelte – Ħal Far e Mellieħa – erano semplicemente irraggiungibili nei tempi stabiliti, dato che terminava il lavoro alle 17:00.

Il primo giudice aveva inoltre considerato il fatto che la donna fosse già stata condannata in passato per la stessa infrazione, usandolo come elemento per riconoscerla colpevole anche questa volta.

L’accesso era regolato da un decreto del Tribunale Civile (Sezione Famiglia) che prevedeva una visita di tre ore sotto la supervisione di un responsabile, da svolgersi al di fuori di Appoġġ. Tuttavia, l’assistente sociale aveva testimoniato che, secondo la politica interna dell’agenzia, era il padre a scegliere il luogo dell’incontro, nonostante la madre avesse offerto soluzioni alternative più pratiche.

La Corte d’Appello ha osservato che il decreto non indicava affatto che qualcuno dovesse stabilire il luogo delle visite e che la relazione tra i due genitori era segnata da continui litigi e accuse reciproche, con entrambi più attenti a difendere i propri interessi che quelli del figlio.

Mentre la donna sottolineava le difficoltà logistiche e cercava di collaborare proponendo altre sedi, il padre insisteva su località più comode per lui, un atteggiamento che il tribunale ha definito una delle cause principali per cui l’accesso non si era realizzato.

La Corte ha stabilito che la sentenza impugnata non era né legalmente né razionalmente fondata, e che il precedente verdetto di colpevolezza non avrebbe dovuto influenzare il nuovo giudizio. Inoltre, ha precisato che le politiche interne di Appoġġ non avevano valore di ordinanza giudiziaria, e che in caso di difficoltà l’agenzia avrebbe dovuto chiedere direttive direttamente al tribunale.

Alla luce di queste considerazioni, la donna è stata assolta in appello.

La Corte d’Appello Penale è stata presieduta dalla Giudice Edwina Grima.

L’avvocato dell’Avvocatura Generale Martina Muscat ha rappresentato l’accusa, Vince Galea ha difeso la donna, mentre Leontine Calleja ha rappresentato la parte civile.

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