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Al Future Talent Forum Malta tra AI e futuro: il valore delle connessioni umane
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3 giorni agoon
La trasformazione del lavoro non dipende soltanto dall’intelligenza artificiale e dalle competenze tecniche. La qualità delle relazioni, il benessere delle persone e la capacità delle comunità di partecipare alle decisioni rappresentano elementi altrettanto importanti per costruire le organizzazioni del futuro.
È quanto emerso nella seconda parte della giornata del 16 settembre del Future Talent Forum Malta – SkillScape Global, organizzato dal National Skills Council Malta insieme al Future Talent Council.
Dopo gli interventi dedicati all’intelligenza artificiale, alle competenze e alla preparazione della forza lavoro, il confronto si è concentrato sulla connessione umana, sullo sviluppo delle persone e sulle responsabilità legate alla costruzione del futuro.
Dalla disconnessione alla connessione ottimale
Nel corso dell’intervento condiviso con Luke McKeever, CEO di Thomas International, il professor Adrian Furnham della BI Norwegian Business School ha illustrato come la qualità delle connessioni all’interno di un’organizzazione influenzi direttamente il benessere delle persone e i risultati del lavoro.
Furnham ha distinto quattro differenti condizioni:
- Unconnected: la persona non riesce a costruire una vera connessione con gli altri e può sentirsi arrabbiata, sola e isolata.
- Disconnected: il legame esistente si interrompe o si indebolisce e l’individuo può percepirsi ignorato, escluso o rifiutato.
- Faultily connected: la connessione è presente, ma funziona male. Ne derivano incomprensioni, ritardi, comunicazioni poco chiare e risultati discontinui.
- Optimally connected: le relazioni funzionano in modo efficace, generando soddisfazione, collaborazione e maggiore produttività.
Questa progressione dimostra che la semplice presenza delle persone nello stesso ambiente, fisico o digitale, non equivale a una connessione autentica.
Un’organizzazione può disporre delle migliori tecnologie e dei sistemi più avanzati, ma ottenere comunque risultati insoddisfacenti se le persone si sentono isolate, ignorate o coinvolte in relazioni professionali disfunzionali.
Al contrario, una condizione di connessione ottimale crea l’ambiente necessario per migliorare sia il benessere sia la performance.
Quando le persone si sentono ascoltate, riconosciute e parte di uno scopo condiviso, aumentano la fiducia, la soddisfazione e la capacità di collaborare.
Nell’era dell’intelligenza artificiale, il valore della connessione umana diventa quindi ancora più importante.
L’AI può agevolare la comunicazione e rendere più efficienti numerosi processi, ma non può sostituire completamente la qualità delle relazioni, il senso di appartenenza e la fiducia reciproca.
La vera sfida per le organizzazioni consiste nel fare in modo che la tecnologia rafforzi queste connessioni, anziché indebolirle.
Oltre la produttività: persone e organizzazioni
L’intervento di Luke McKeever e Adrian Furnham ha inoltre invitato a superare una visione del lavoratore basata esclusivamente sulla produttività.
Il valore delle persone non può essere misurato soltanto attraverso la quantità di risultati prodotti.
Le organizzazioni del futuro dovranno considerare anche il benessere, la qualità del lavoro, la motivazione, la creatività e la possibilità di sviluppare pienamente le capacità individuali.
La connessione tra persone, competenze e organizzazioni crea l’ambiente nel quale può svilupparsi la performance.
La tecnologia può sostenere questo processo, ma non può sostituire la fiducia, la collaborazione e il senso di appartenenza che permettono alle persone di lavorare efficacemente insieme.
Il concetto di human flourishing, al centro della sessione, invita quindi a valutare il successo di un’impresa non soltanto attraverso i risultati economici, ma anche attraverso la sua capacità di creare condizioni nelle quali le persone possano crescere, contribuire ed esprimere il proprio potenziale.
Chi decide quale futuro costruire?
Nel suo intervento, Monika Bielskyte, fondatrice di Protopia Futures ed ex Futurist-in-Residence di Nike, ha posto una domanda fondamentale: chi ha il diritto di progettare il futuro?
L’innovazione non è mai completamente neutrale.
Le modalità con cui una tecnologia viene progettata e applicata riflettono priorità e scelte precise.
Per questo cittadini e comunità devono poter partecipare alla definizione di cosa si intenda per progresso e di chi debba beneficiare dei cambiamenti.
Il tema è stato successivamente approfondito in una sessione con Bielskyte, il filosofo dell’intelligenza artificiale Julian Philips e Ruth DeBrincat, Senior Director for Policy and Technical Affairs del National Skills Council Malta.
Il futuro non dovrebbe essere considerato come qualcosa che semplicemente accade, ma come il risultato delle decisioni assunte oggi da istituzioni, imprese e comunità.
Dalla conoscenza all’azione
Nel pomeriggio, le sessioni di lavoro hanno affrontato il nuovo rapporto tra datore di lavoro e dipendente, le competenze necessarie per una forza lavoro pronta al futuro, la partecipazione dei cittadini alle decisioni, i modelli di capacità legati all’intelligenza artificiale e il rapporto tra tecnologia e sviluppo umano.
La giornata si è conclusa con l’intervento di John Fischetti, dedicato al rischio di cadere nella “trappola della trasformazione”: misurare soltanto ciò che è facilmente quantificabile, anziché concentrarsi su ciò che possiede un valore reale per le persone e la società.
Dal confronto del 16 settembre è emerso un messaggio chiaro: la sfida non è semplicemente introdurre più intelligenza artificiale nelle organizzazioni.
È costruire sistemi educativi, imprese e istituzioni capaci di assorbirla, governarla e utilizzarla per ampliare le capacità umane.
La tecnologia continuerà probabilmente a evolversi più rapidamente della nostra preparazione.
Per ridurre questa distanza serviranno investimenti nelle competenze, apprendimento permanente e una collaborazione più stretta tra istituzioni, imprese, università e lavoratori.
Il futuro del lavoro dipenderà quindi non solo dalla potenza dei nuovi modelli di AI, ma soprattutto dalla qualità delle competenze, delle connessioni e degli ambienti che sapremo costruire intorno alle persone.