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Malta ex ministro Bartolo condannato per diffamazione dopo nove anni di battaglia

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Clamorosa decisione del tribunale: l’ex ministro dell’Istruzione Evarist Bartolo è stato condannato a pagare 5.000 euro per diffamazione, al termine di una battaglia legale durata quasi un decennio e segnata da accuse pesantissime e colpi di scena. Una sentenza che scuote il panorama politico e riporta sotto i riflettori una vicenda esplosiva legata alla gestione dei fondi europei.

Al centro dello scontro giudiziario c’è Doreen Camilleri, ex coordinatrice nazionale dell’EUPA, licenziata durante il periodo di prova nel febbraio 2016. Secondo il tribunale, le dichiarazioni rilasciate da Bartolo a The Malta Independent dopo il suo allontanamento hanno superato il limite, gettando un’ombra sulla sua reputazione e insinuando gravi irregolarità.

Il tribunale ha stabilito che Bartolo ha diffamato Camilleri affermando che la sua rimozione era avvenuta “nell’interesse della buona governance” e lasciando intendere il coinvolgimento di “problemi legali”. Il magistrato Victor Axiak ha ritenuto che un lettore medio avrebbe interpretato tali parole come un’accusa di grave cattiva condotta o improprietà, e non come semplice inefficienza professionale.

Camilleri ha testimoniato di non essere mai stata informata delle ragioni del suo licenziamento e ha accusato Bartolo di aver rilasciato dichiarazioni mirate a screditarla pubblicamente.

La difesa dell’ex ministro si è basata sull’argomentazione che le sue affermazioni fossero “sostanzialmente vere”, richiamando un audit interno e una commissione d’indagine ministeriale.

Ma il tribunale ha respinto questa linea difensiva. Le carenze finanziarie menzionate nell’audit, incluso un debito di 200.000 euro, risalivano a un periodo precedente alla nomina di Camilleri. Le prove hanno inoltre dimostrato che era stata proprio lei a segnalare tali criticità e a sollecitare la redazione di conti di gestione per affrontarle.

Durissime anche le critiche rivolte alla commissione d’indagine del ministero: non furono redatti verbali delle riunioni, non venne effettuata alcuna analisi forense dei documenti e ci si basò esclusivamente sulle testimonianze dei dipendenti. Inoltre, a Camilleri non fu mai data l’opportunità di contestare le accuse né di visionare il rapporto finale, che riuscì a ottenere solo anni dopo, rivolgendosi al Commissario per la Protezione dei Dati.

Sebbene il tribunale abbia preso atto delle segnalazioni di alcuni dipendenti che descrivevano lo stile di leadership di Camilleri come “dittatoriale” o “aggressivo”, ha chiarito che uno stile manageriale difficile non giustifica un’accusa pubblica di fallimento della “buona governance”.

Il magistrato ha osservato che, sebbene la personalità di Camilleri potesse costituire motivo di cessazione durante il periodo di prova, ciò non dimostrava la grave cattiva condotta implicitamente attribuitale da Bartolo.

Respinte anche le accuse relative a un presunto conflitto di interessi. Il tribunale ha accertato che Camilleri aveva agito con “grande cautela”, informando proattivamente il segretario permanente del ministero e la Commissione europea di un potenziale conflitto, un passo che la stessa Commissione aveva accolto con soddisfazione.

L’unica mancanza riscontrata a suo carico, secondo la sentenza, fu quella di non aver informato i suoi superiori diretti e l’Autorità Nazionale di aver comunicato alla Commissione europea l’esistenza del possibile conflitto.

La sentenza conclude che Bartolo non è riuscito a dimostrare la veridicità delle sue accuse. Dopo nove anni per arrivare a una decisione — ritardo dovuto in parte alla pandemia di COVID-19, in parte ai tempi necessari per ricevere un’inchiesta magistrale e in parte all’enorme mole di prove prodotte — il tribunale ha dichiarato diffamatorie le dichiarazioni e ha ordinato il pagamento di 5.000 euro di risarcimento.

Foto: immagine Times of Malta

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