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Malta prigioniera della mediocrità: il prezzo del “basta tinqeda”

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C’è un male silenzioso che serpeggia nel cuore dei maltesi: la tendenza a “fare solo il minimo indispensabile per tirare avanti”. Un’abitudine pericolosa, un veleno sottile che ci condanna alla mediocrità, mentre il mondo corre veloce e spietato intorno a noi. La dedizione all’eccellenza non fa parte del nostro DNA, e questo, oggi più che mai, può costarci caro.

Molti preferiscono non parlare dei nostri difetti, temendo di intaccare il morale collettivo o di soffocare la gioia di vivere. Ma riflettere sui nostri vizi non significa deprimersi: significa avere il coraggio di guardarsi allo specchio e migliorarsi.

Non credo che i periodici bilanci nazionali influenzino davvero l’economia, anche se ascoltare i discorsi dei leader politici – da una parte e dall’altra – può confondere. Alcuni ci dicono che “non siamo mai stati così bene”; altri, invece, giurano che “non siamo mai stati così in difficoltà”.

Ciò che più mi colpisce nella società maltese è la nostra vera ossessione per la mediocrità. In maltese esiste un’espressione intraducibile nella sua essenza: “basta tinqeda”, che potremmo rendere con “purché la cosa funzioni, va bene così”. La si ritrova ovunque: nel modo in cui teniamo pulito il paese, nel rispetto del codice della strada, nel lavoro di ogni giorno. Facciamo giusto quel che serve per cavarcela. Ma l’impegno verso l’eccellenza, quello autentico, non è mai stato parte del nostro spirito.

Ed è qui che si annida il vero pericolo. Nel mondo competitivo di oggi, la vittoria spetta a chi sa sfruttare al meglio le proprie risorse. E noi? Spesso ci sentiamo una “razza superiore”, quando in realtà ci comportiamo come due piccole tribù, impegnate solo a sottomettersi a vicenda.

Quando Tommaso d’Aquino parlava di “presunzione disordinata di superiorità sugli altri”, forse non pensava a Malta. Ma la definizione ci calza a pennello. Invece di collaborare per raggiungere l’eccellenza, restiamo divisi, aggrappati al favore dei nostri capi tribali – spesso politici – per prosperare.

La nostra indifferenza verso l’ambiente è seconda solo all’incapacità di liberarci dalla mediocrità e dalla rivalità tribale. Invece di proteggere gli ultimi spazi verdi di un’isola ormai sovrappopolata, li stiamo sacrificando sull’altare della speculazione, cancellando la bellezza rimasta. L’amore per il denaro ha sostituito i valori sociali che un tempo ci guidavano, quando avevamo meno ma eravamo più umani. Questo, più di ogni altra cosa, ci impedisce di essere una società davvero solidale.

Il conflitto d’interessi nello svolgimento dei doveri pubblici non toglie il sonno a molti. Tutti abbiamo sentito di broker che vendono prodotti redditizi ma inadatti ai risparmiatori; di giornalisti che stringono alleanze con politici o imprenditori che dovrebbero invece controllare; di insegnanti che danno lezioni private ai propri studenti. Eppure, fingiamo che questi comportamenti non intacchino la fibra morale del nostro paese.

Tolleriamo l’abuso di potere – nel pubblico e nel privato – con disarmante facilità. Chiudiamo un occhio davanti alla corruzione, purché chi ci governa faccia altrettanto con le nostre piccole furbizie. Evasione fiscale, imbrogli, assenteismo, servizi scadenti: peccati veniali che si possono perdonare. Molti sono convinti che un amico “in alto” potrà sempre tirarli fuori dai guai. Amiamo parlare di accountability, ma siamo i primi a non praticarla quando serve.

I nostri valori familiari sono forse la nostra forza più grande, ma anche la nostra più profonda debolezza. Soffriamo di quello che un sociologo americano chiamò “familismo amorale”: ci comportiamo bene in famiglia, ma appena entra in gioco l’interesse dei parenti, ogni regola può essere piegata. L’evasione fiscale, ad esempio, è probabilmente molto più diffusa di quanto pensiamo. Molti la giustificano con la scusa di “farlo per la famiglia”.

I politici, poi, interpretano l’alto tasso di partecipazione elettorale come un segno di devozione alla democrazia. Ma è solo un modo per lusingarci. In pochi capiscono che la vera democrazia nasce dall’autonomia dei cittadini, non dalla loro dipendenza dal potere.

Troppi leader scelgono di servire gli interessi egoistici di una parte della popolazione, invece di guidarci verso l’abbraccio di autentiche virtù democratiche.

Le sfide socio-economiche che l’Europa affronta oggi non possono essere vinte solo con strategie politiche di alto livello: serve il nostro impegno quotidiano nel difendere l’integrità in ogni azione.

Se non recupereremo il senso civico e la sete di eccellenza, la piccola Malta rischia di diventare un relitto culturale ai margini dell’Europa.

Foto: Matthew Mirabelli

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